Giovani pittori aniconici: tramandi provvisori


Claudio Cerritelli, testo nel catalogo della mostra Aniconica – nuove presenze nella pittura, Fondazione Zappettini, Chiavari, Maggio 2008


In questi anni di ritrovato interesse nei confronti della pittura degli anni Settanta è possibile avvertire una accentuata attenzione anche nei confronti della pratica pittorica delle nuove generazioni, con un atteggiamento da parte della critica e delle istituzioni più propenso a porre in luce la loro presenza nel contesto dell’attualità, fortemente condizionata dal ruolo dominante delle tecnologie.

La posizione attuale dei giovani pittori non è dunque separabile dalla coscienza delle stagioni pittoriche che li hanno preceduti e, soprattutto, dalla conoscenza dei problemi linguistici che l’analisi della pittura ha posto in evidenza, come naturale approfondimento delle questioni legate al senso del dipingere che si autodetermina nel suo sviluppo.
Per i giovani pittori il problema è sempre quello di stare sulla soglia del visibile, con un disincanto maggiore nei confronti dei valori analitici e un modo di sentire le proprietà del colore come tramandi provvisori, tramiti illimitati per una pittura che vuol essere aperta e senza dogmi.
Il senso del provvisorio non comporta un’assenza di identità ma la consapevolezza che l’impegno pittorico si fonda su una condizione differente rispetto alle forme artistiche dell’attualità, in special modo nei confronti delle ipotesi multimediali che caratterizzano l’arte nell’era della “rete”. I pittori cresciuti nell’ultimo decennio tengono in vita modalità e comportamenti giudicati tradizionali mentre la maggior parte dei loro coetanei avanzano sulla scena delle tecnologie interattive sentendosi indispensabili e versatili interpreti della competizione creativa globale. Questa considerazione fin troppo scontata è comunque utile per delineare il clima di ricerca documentato in questa mostra, tutta concentrata nel rigore della superficie come misura dei pensieri pittorici. L’etica del dipingere allude ad un destino sempre più utopico, non dissimile da quello che la pittura ha costantemente sostenuto nel suo difficile cammino.
Un destino che non si prefigge novità ma si rafforza nell’approfondire la qualità del pensiero immaginativo, un destino che affida alle materie del colore spazi mentali e fisici attraverso gli strumenti specifici che ogni artista elabora seguendo parametri interni alla propria visione.
La medesima definizione “pittori aniconici” designa gli esponenti di questa mostra nel modo meno restrittivo possibile, riferendosi alle dominanti linguistiche delle superfici pittoriche ma non esclusivamente alle motivazioni profonde della loro origine. Esse vanno rintracciate nelle vie recondite che ciascun autore percorre muovendosi sul filo del vissuto, come tramite di un progetto immaginativo che trasforma i sintomi controversi del reale nella dimensione purificata dal rigore pittorico.
Si va da situazioni radicalmente immerse nelle stesure stratificate dei pigmenti a scelte di opposta natura che elaborano minimi ancoraggi alla memoria del reale, sempre attraverso il protagonismo della superficie.
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Due modi compresenti di fare pittura sono contenuti nell’immagine che Roberto Rizzo costruisce come processo calibrato sull’ambivalenza mentale e fisica del colore. Sulla superficie entrano in relazione due diverse temperature cromatiche, un’ampia campitura che occupa il supporto come un velo di luce uniforme, e un nucleo di colore mutevole inquieto, quasi sempre al centro della composizione. La pittura è il luogo di presenze antitetiche, di misure costruttive e di gesti impulsivi, di materie stese in modo quasi anonimo e di pigmenti fissati nel loro esplicito fluire. Se le zone monocrome indicano il controllo della ragione, le zone fluide indicano l’effetto mutevole del colore che rivela ansie e urgenze emotive.
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