Apriamo la gabbia dell’astrazione
Un panorama della giovane pittura astratta italiana


Angela Madesani, Ipso Facto, Settembre 2001


Il pericolo quando si parla di pittura astratta è quello di continuare a pensarla come una zona autonoma, un segmento separato dell’arte. Si rischia in questo modo di porla in un ghetto arduo da gestire. Finora è stato fatto così. Si sono divisi gli ambiti e la pittura astratta è stata gestita da critici che si occupavano prevalentemente di essa, da gallerie specializzate e via di seguito. Mi chiedo se tutto questo possa avere ancora senso. Se da un lato può essere un aiuto, dall’altro sicuramente si è creata  una situazione imbarazzante da cui occorre uscire. Potrebbe essere esemplare il caso della fotografia: sino a quando è stata un ambito circoscritto non se n’è fatto nulla, solo nel momento in cui si è smesso di parlarne in termini di nicchia, si è riusciti a rifletterne in maniera adeguata.

Che cosa significa quindi fare astrazione oggi? Che cosa è pittura astratta? La risposta non riesco a fornirla che attraverso l’analisi dei materiali di una trentina di artisti nati dagli anni ’50 in poi, che usano un linguaggio, l’astrazione, in modo talvolta perfino antitetico.

Mi pare che alcuni dei lavori che qui vado a proporre siano di sicuro interesse, altri meno, alcuni innovativi, altri nemmeno un po’. Quella che qui propongo non è una scelta, è un panorama. E questo è un primo approccio, una proposta, un esame. Sento sempre più l’esigenza di un dibattito su questo argomento. Troppo spesso si parla di pittura in altro senso, il figurativo, il genere, il non-genere...

La storia dell’astrazione in Italia è lunga ormai un secolo, anzi c’è addirittura chi sostiene che il primo dipinto astratto sia di un italiano, Arnaldo Ginna, intorno al 1909. Ma questo non è il luogo per ripercorrerne la storia. L’importante è coglierne la tradizione. Lionello Venturi alla fine degli anni ’40 intravedeva in Giorgio Morandi una componente astratta. In fondo l’astrazione non è così facilmente definibile. Cosa significa? Mancanza di figura. Ma anche questo è vero solo in parte.

La mostra Astrazione ridefinita, operazione meritoria curata da Demetrio Paparoni all’inizio degli anni ’90, prova che la risposta non è questa. Astrazione è un pensiero che non può essere ridotto all’aniconicità del dipinto. Sarebbe semplicistico. Anzi, nei lavori di numerosi artisti la presenza di forme, segni, richiami a immagini di diverso tipo è portante nell’economia di un lavoro che può comunque essere definito astratto.

In questa sede vorrei proporre un panorama quanto più ampio possibile della nuova astrazione italiana.

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Nel testo del catalogo della mostra Astrazione ridefinita, dopo avere sottolineato la presenza nella nostra epoca dell’immagine virtuale che offre a chiunque la possibilità di autocostruirsi in un mondo ideale, Demetrio Paparoni sottolineava, a partire dagli astrattisti americani Peter Halley, David Reed, Stephen Ellis, David Row, Steve Di Benedetto, Fabian Marcaccio, che “per le nuove generazioni l’immaginazione non potrà, in molti casi, prescindere dai processi di simulazione. Il che, pur non precludendo all’artista l’uso di strumenti e di linguaggi tradizionali, comporta un’ulteriore possibilità di osmosi fra arte e scienza dell’informazione”.

Mi viene da chiedermi a questo punto, otto anni dopo, che senso abbia continuare a leggere l’astrazione con i metri ormai un po’ stantii con cui la si è sempre letta. Continuare a collocarla in certi spazi forse non ha molto senso. La mia non è febbre “avanguardistica” di novità, tutt’altro. Penso che sia fondamentale cogliere il senso del mutamento del ruolo dell’immagine nella nostra cultura, di cui talvolta siamo ubriachi.

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La ricerca di Rizzo indaga sul senso del fare pittura oggi. Il colore penetra nel legno, la tavola che costituisce la superficie e si sofferma attorno alle diverse forme all’interno del quadro. I suoi sono lavori di grande pregnanza fisica, fortemente strutturati, in cui il colore diviso in due zone, una monocroma, il fondo, una più colorata, a spatola, sono in equilibrio tra loro. Una sorta di quadro nel quadro, riflessione metalinguistica di grande coerenza.

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