Alberto Rigoni, testo nel catalogo della mostra Continua la pittura, Fondazione Zappettini, Chiavari, Febbraio 2010


Scrivendo dei “bastoni di legno” colorati di André Cadere e notando come lo stesso artista rumeno negli anni Settanta li definisse “pittura senza fine”, nel catalogo della LIII Biennale d’arte di Venezia del 2009 il direttore Daniel Birnbaum si chiede: «Vi sono molti scialbi “ritorni alla pittura”, ma forse il vero interrogativo è: deve proprio trattarsi di un “ritorno”?». La risposta è implicita. Nonostante morti, resurrezioni, tramonti e più o meno ordinati ritorni, la Pittura è sempre lì, in biennali, musei, gallerie, fiere. A seconda degli anni o addirittura delle stagioni variano le dimensioni della sua presenza, eppure la si trova sempre, e non solo nei magazzini dei maestri che furono, ma anche negli studi dei giovanissimi, accademici e non. Poi - ed è questo il discorso che segue la domanda retorica di Birnbaum - la Pittura è anche in quella «zona di contagio» che va al di là delle discipline specifiche e laddove pareti, installazioni, luci, architetture, grafiche, scenografie accolgono e trasformano sotto altre sembianze modalità di origine pittorica. Del resto, non è una novità: come testimonia un’altra imponente esposizione, “Roma - La Pittura di un impero”, conclusasi nella Capitale poche settimane fa, il «contagio» della Pittura ha consentito che se ne tramandassero esempi fino agli archeologi dei nostri giorni, tramite decori, pareti, vasi e oggetti personali. Da questi testi pervenuti, lo storico deve tentare di tracciare la situazione dell’epoca della disciplina vera e propria: impresa più che ardua, paragonabile - come scrive in catalogo il curatore Eugenio La Rocca - al voler «riconoscere, in un lontanissimo futuro nel quale non si è conservato nulla della pittura del Quattrocento, a esclusione di qualche cassone dipinto a carattere artigianale e di ceramiche invetriate, la Nascita di Venere di Botticelli a partire dalle statuette in finto avorio che si vendono come souvenir» e «giudicarne la qualità artistica, e determinarne l’impaginato, in base a questo solo dato». Quindi ben venga il «contagio», ben venga una Pittura che è anche altrove: benché, come si è visto, la dinamica sia tutt’altro che inusitata, i nostri tempi di onnipresenti commistioni non consentirebbero in ogni caso l’isolamento della disciplina. Ciò non elimina però il problema della specificità del linguaggio, dibattito anch’esso non nuovo, per alcuni addirittura consunto, ma a nostro avviso ineludibile. È un linguaggio che esonda e fertilizza i territori circostanti, li contamina e ne è a sua volta contaminato, ma non si annulla nel mare indistinto di un sincretistico superlinguaggio. La Pittura non è né lingua morta ne grammelot. È uno strumento di indagine di mondi interiori ed esteriori, è una disciplina la cui tradizione la rende inestinguibile ed inesauribile.

Questa mostra è perciò una mostra di Pittura, anzi, per essere più specifici, di “quadri”. In essa si sono voluti esaminare alcuni elementi grammaticali di tale linguaggio: la superficie, il telaio, il colore, ma anche il processo e il lavoro. Naturalmente non c’è mai stata, nemmeno in fase di progettazione, alcuna pretesa di esaurire l’argomento con la scelta dei nove pittori invitati - Enzo Cacciola, Claudioadami, Sonia Costantini, Paolo Iacchetti, Claudio Olivieri, Roberto Rizzo, Lorenzo Taini, Claudio Verna e Gianfranco Zappettini. La selezione spazia su ben tre generazioni di artisti italiani che operano in prevalenza nell’ambito della pittura non figurativa, ed è quindi una selezione soggettiva e parziale - come d’altronde tutte le selezioni umane. Tuttavia con questa mostra la Fondazione Zappettini vuole marcare una volta di più come i problemi specifici di un linguaggio restino, anche attraverso tre generazioni, un terreno dagli ampi spazi ancora inesplorati: il saggio di Alberto Mugnaini presente in questo catalogo affronta e chiarisce l’argomento e apre la strada ad ulteriori sviluppi.

Back